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14 marzo 2010

* * *


Alfred Wallis, Schooner under the Moon

 

 

*      *      *

 

Quel sorriso, Federica

Che scintilla nel mio còre

 – Pudìco, come di suore –

M’incapriccia della fica...

E la voce, roca eppure dolce

L’animo me lo molce.

 

Oh fuggevole pensiero!       

Che beccheggia – pare un veliero

Tra le schiume e i marosi

Dei miei spiriti animosi...





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25 settembre 2009

* * *



*      *      *

 

Dall’alto della vetta

Illuminata, guardo:

Il mio occhio, un dardo

Lo scaglio senza fretta.

 

Penso alle selve

Ai vascelli in mare

Ai pericoli, alle belve

Che stanno al limitare…

 

Rifrange poi la luce

Del sole che s’obliqua

Sul ferro che riluce

D’una fiamma antica.




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2 aprile 2008

* * *


Terme di Caracalla, frons scenae

*    *    *

Oh, possenti e torreggianti
Columni, valete anchora!
Ma ignora l’antichi possanti
Il frullo dei venti? e l’aurora

V’infiamma o no di fieri barbagli?
E il sole, impietoso, vi coce?
E v’investe dei secoli atroce
Uno schianto di magli?

Meglio, buono, il calduccio
Un nido, un giaciglio?
Burbanzosi sanza cruccio
o alla spada dar di piglio?




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22 febbraio 2008

* * *


Venere di Cirene, calco in gesso

*     *     *

Androgino eunuco virago
Che menano vivere buffo
Che fistole umori ognor vago
Androgino eunuco virago!
Che schioppan e schioppan: stantuffo
Esecrabil che il succo che spania
Nel succo esecrabile impania
Ne l’ultimo sòl d’Orfeo mago
Androgino eunuco virago




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19 febbraio 2008

* * *


Trittico di strapiombi

* * *

Se trema violenta
dirompe la carne che freme
i nervi ch’allenta
le viscere che teme.

Terribile assenza
sobilla arrovescia
una strutta potenza:
una lama sghimbescia.

Riverbera il colpo
di tenebra e sangue
sui seni, sui lombi:
strapiombi... latèbra.




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29 dicembre 2007

* * *


Attorta, una gomena.


* * *

Rapido laccio
gòmena corda:
cavi d’impaccio
stringi gagliardo.

Altèra donna
lacci non teme!
Ma d’uncinar codesto lazzo
assai – lasso! – mi preme.

Seni ben sodi
Turgide tette
Zinne e collo di
[1]
Vizze vecchiette



[1]còllo di” si pronunci d’un fiato “collòdi”, come il toscano scrittore.




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11 dicembre 2007

* * *


Magritte, Il fantino perduto


*   *   *

Geometrica sineddoche
fantino, la fai fessa.
Da qua lo vedo che
l’immagine muta basta a sé stessa.

Eppure mescersi
alla febbrile e nera
tensione, escire
col guizzo d’una fera

sempre insonne, i nervi
fionde elastiche
squassare – ambirvi:
ardire: scavallare.




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3 dicembre 2007

* * *


Una spitotromba in azione, manque poematico


*    *    *

Sfarfallavo pei campi
antenne captanti…
orrore! – d’un lampo.
(la spirale suggente?)

Dove l’ocelli
l’antennucole i segmenti,
l’ali belle, scagliose
dove i pigmenti?

O spirotromba
ubi sei volata?
Fil d’erba filo d’ombra
mi sei tutta la vita.




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24 novembre 2007

* * *


Kafka, disegni


* * *

L’omino sottile
s’inangola, stiletta:
fa perno lo staffíle
braccio-onda: piroetta.

* * *

S’ingobba l’omino
con gamba a compasso:
la tavola sghemba
la posa del lasso.

* * *
* * *

Oh, fisicità sfuggente
inangolata e schiva!
Fosse la testa niente
rattratta a punta, fuggitiva…




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16 novembre 2007

* * *


Toulouse-Lautrec, nano e viveur


Il nano

Vicolo cieco…
cul de sac!
Piede di sbieco:
patatràc!

Quando riprendo
semblante d’umano
m’incalza, contento
il ceffo di un nano.

(Malefico nano
dall’epa mai sazia)

Mi ha in scacco:
spiattella feroce
(me che stravacco)
la sua rivoltella.

Ghigna, sputa cattivo:
fa polta di cerebro
il ferro nocivo.

Polta grigiastra
la vedo, che schifo!
Sta lì e ci s’impiastra
l’orribile grifo!

Un due tre, saltabecca:
abbandona quell’antro
con in bocca una cicca
più di prima misantropo.

Vicolo cieco…
cul de sac!
Piede di sbieco:
èja èja alalà!





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9 novembre 2007

* * *

 
Saverio dalla Rosa, Wolfgang Amadeus Mozart a Verona


*    *    *

Infante giocoso, Wolfango
salisburghese: riattivi
la vita ove fosse negata:
precipiti gioie
fan gorgo strettoie
al canto vallata.




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2 novembre 2007

* * *


Un ruscelletto scodinzolante


*    *    *

Un ruscelletto:
scorre, rovina
il tempo: attento!
che l’ora s’avvicina.

Sgonfia il cuore, filisteo!
I tuoi crucci, le tue ambasce
Io mi ci beo:
Il mio core se ne pasce.

Un tuffo dentr’all’acque
Fredde, ma chiare:
vita vi nacque:
il brodo, il mare.




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29 ottobre 2007

* * *

 
Benozzo Gozzoli, Cavalcata dei magi, 1459 (affresco della parete est della Cappella dei magi, Firenze, Palazzo Medici-Riccardi)


* * *

Scarnita la roccia
il cervo ci zoccola
e scappa: gli dà la caccia
l’omo a cavallo, e smoccola

(ché non gli nòce):
di loro due solo
s’ode la voce
(e dei rondoni in volo).




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26 maggio 2007

* * *


Il colonnello Dax, caricato a molla, pronto al massacro.


*     *     *

Ebro di gioia
come un soldato vado al massacro.
Cembali la testa schioppano
e rimestano – mescolano
gli umori – il sangue in un lavacro.

Fotto la capra
mai colla pecora
copula sacra
neanche una remora.




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24 giugno 2006

* * *



Un'immagine per strofetta.


*    *    *

Luminescente
pallida luna
la mente abbruna
l’ha presa il Niente. 

(Corni d’ariete
 furor di fiera:
 abbruna: annera:
 nubi, piovete!) 


Due lucciole
stillan la notte la luce:
non piane, sdrucciole
rime in nuce.




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13 aprile 2006

* * *


(queste le tre bestioline che il prosimetro strappa dai recessi del possibile)

Ci son giorni nei quali il sole, ricadendo all’orizzonte, si fa palla di fuoco, gittando barbagli aguminati, gli ultimi, attraverso l’aere arrossato, quando il cielo è sgombro d’ogni filaccio di nuvola. Allora, chi s’azzardi a guardarla fissi gli occhi, s’accorgerà dello scempio cromatico cui la stella dà la stura: un cataclisma che suona tutta la scala dei rossi, dei blu oltremare fino ad arrivare, quando il pulviscolo lo conceda, ai verde smeraldini che durano un soffio, il tempo di accorgersene. All’occidente è riservata la parte del carnefice: la luna è una contropartita solo parziale, felici coloro che se ne immalinconiscano! La gazza stride melodie pien d’aculei; un animale, lontano, gnaola; la rana gracida dal laghetto del parco pubblico. Dolci lamenti, invero, che’l fiato della vita brulicante spazza via.


*     *     * 


Là fuora, crepuscolo
si risveglia il gatto:
il mondo che scolora
in gola un urlo è fratto.

Sguarda la finestrella
il palazzo dirimpetto:
Sandra, lei s’appella
al gonfio del suo petto;

occhi lesti quanto lerci
s’affisan sui due corpi
che scossi dai libecci
si danno ai gesti turpi.




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8 aprile 2006

* * *


(Una lingua debitamente disserrata)

Scontornare le vicende umane è ridurre all’osceno, è togliere dalle roccaforti, niente più sentinelle a guardia del bastione, via lo strato di zucchero velato: ne rimane il putrido, la viscera che tende a marcire: è solo il lavoro indefesso della vita che ne serba le possibilità meccaniche. Che l’uomo si riduca a movimenti meccanici c’è chi lo crede: annoveratemi pure tra costoro, santi uomini invero, benefattori la cui efficacia vale più di tutti gli atti di pietà di questo e del passato mondo messi assieme, perdio! Le arroto le erre: sentitelo più di tutte voi, puttane, che abbisognate di essere irrorate costantemente, voi, infiammate e di carne soda frementi, voi, bagasce, che della meccanica sessuale siete magistre e domine. Il mio cazzo lo erigerò per voi, imperituro obelisco alla gloria della gioia dello sfregamento.

  

*    *    *


Guizzi la lingua, ninfetta,
a punta, e ti s’umetti:
scintilli a saetta
che ti fo i miei rispetti. 


Con cupidigia dardeggi
deh!, la volta dipinga:
se alata aleggi
foia la sospinga! 


Al calor bianco, datti!
intieramente:
prima che i patti
(la Natura) li infranga bellamente.




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25 marzo 2006



(Aguirre furore di dio, nel film omonimo di Herzog, mentre sguarda una scimia)



   

*    *    *

Corrusco l’elmo, Aguirre
la scimietta ghermisci:
così mi vien da arguire
che tu la annichilisci.

Guai, picciola scimia,
a chi, come tu fai,
diventa metonimia:
un urlo sanza i lai.

Liberati, scimiola!
lascia Aguirre al su’ furore
e tu sguscia, sdrucciola:

negati al sacro orrore.




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19 marzo 2006

* * *


(Maria Sharapova mentre addenta il frutto dalle notorie proprietà anti-crampo)

*   *   * 


Soda banana
che penetri l'ore,
perché no l'imene
ch'esprime'l biancore? 


Se' frutto corposo
che riempi e soddisfi,
nel cavo vizioso
u' spesso t'attuffi. 


La pancia nutrisci
mai vizza né moscia
cavalla, nitrisci!
ché fatti da brioscia.




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6 febbraio 2006

* * *


(Giovanni Francesco Caroto, Ritratto di fanciullo con disegno)

 

*   *   *


Sapido bimbo
e beffi spavaldo:
tieni da un lembo
uno schizzo sghimbescio.

Il crine rossigno
t’eleva a diverso:
il viso fa un guizzo
che corre, m’è parso 


da manca alla destra
e l’occhio è sbilenco:
è lo stilo che inchiostra
il tuo vivere adunco.




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28 gennaio 2006

* * *



Ecco le tre immagini, per ordine, che la poesiucola fa affiorare: Pallade (il cui accento parossitono, nel componimento, è pura funzione ritmica), lo zombie, l'uovo alla coque.
I versi li si delibi con trasporto da derviscio.

 

*   *   * 

 

È che ribolle
quel cavo ch’ossede:
punge da doglie
far torto a Pallàde. 

Scontro, è lo scontro
a sobillar trombe:[1]
da entro quell’antro
non esce che zombie.[2]

Urla: oidocròp!
insatirito lo sperma:
ovo alla coque
tra le terga ove alberga 


[1] l'ardito cantante faccia poi attenzione al doppio accento ritmico
"asòbillartròmbe" da eseguirsi come rabbuffo che minacci pioggia.

[2] da leggersi come gli si scrive




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26 gennaio 2006




Osip Brik e il suo ragionar formalistico. L’impulso ritmico che erompe nella
mente del poeta prima di ogni altro significato: la poesia ne vive.
E’ il significante che forgia nuovo significato, straniante financo.

Osip, il tuo nome bisillabo m’ispira come l’agrodolce
melassa della melanconia il “poeta in tuta”.

 

                                                                                (Mr. Oidocrop) 

*    *    *

 

Strepiti fremi di
gioia nascente:
sangue che tumida
fatti la mente.
 

Limpidi i cieli
li corri in un soffio:
mandi barbagli:
è tenebra l’occhio.

 

Incanto svapora
Ti fai machinette!
Schizza la sborra
la tetta a Alouette




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